venerdì 11 maggio 2012

CIAO CEV

Democity vuole unirsi alla folta schiera di persone che oggi a Bologna renderà l'ultimo saluto (prima del funerale religioso di domattina) a Maurizio Cevenini, per tutti "Il Cev"; politico generoso, dall'animo gentile e vicino alla gente, suicidatosi lanciandosi dalla finestra del palazzo della regione.
Cevenini, 58 anni, era diviso fra politica, associazionismo e passione per lo sport. Da anni volto del Partito democratico, si era candidato alle primarie per le elezioni del 2011 ma poco dopo il lancio della sua candidatura, a inizio ottobre 2010, si era ritirato per un malore che lo aveva visto ricoverato a Villalba: ne parlò come "del sogno della vita" che si infrange. E' stato presidente dell'associazione dei tifosi del Bologna calcio fino al 5 maggio scorso, ed era considerato il "sindaco del Dall'Ara" per il suo legame con la squadra rossoblù.





mercoledì 9 maggio 2012

LA PRIMA MOSSA DI HOLLANDE: TAGLIARE I SUPER STIPENDI

PARIGI - Sarà una delle prime misure simboliche del quinquennio Hollande: un decreto ridurrà del 30 per cento gli stipendi del capo dello Stato, del primo ministro e dei membri del governo. Lo accompagnerà un secondo decreto, con il quale sarà stabilito un tetto alle remunerazioni dei dirigenti del settore pubblico. E per qualcuno il taglio sarà salato. Riprendendo una proposta del suo partito, François Hollande ha infatti deciso di fissare una regola: la forbice salariale dovrà essere compresa fra 1 e 20. Per essere più chiari: un presidente e amministratore delegato di un'azienda pubblica non potrà guadagnare più di venti volte del suo dipendente meno pagato.

Considerati livelli salariali nelle partecipazioni statali, più alti che nel privato, gli stipendi massimi dovrebbero aggirarsi sui 400-420 mila euro, comprensivi di tutto: tredicesima, indennità, benefit vari. Tra gli attuali manager, ci sarebbe un grande perdente: Henri Proglio, numero uno della Edf, il cui stipendio è di 1,6 milioni, cioè 65 volte superiore al salario più basso dell'impresa. La sua remunerazione dovrebbe diminuire del 69 per cento: conoscendo il suo carattere e la sua amicizia con Nicolas Sarkozy, c'è da immaginare che non resterà a lungo al suo posto. Il presidente delle Ferrovie, invece, avrà margini per farsi dare un aumento, visto che la sua remunerazione è solo dieci volte superiore al livello salariale più basso.

Hollande, tuttavia, non ha precisato i dettagli del provvedimento e restano alcune incertezze. La misura si applicherà a tutte le società controllate al 100% (Posta, Ferrovie, tv pubblica, ente di gestione del metrò parigino) e anche a quelle in cui possiede più della metà del capitale. Non potrà invece imporre la sua volontà nelle società in cui detiene una quota importante ma minoritaria. In questi casi, farà una raccomandazione ai consigli di amministrazione, cui spetterà la decisione. Laddove la partecipazione minoritaria è molto alta (Gdf Suez, France Télécom), la regola potrebbe essere introdotta, mentre in altre società, come Renault o Air France, sembra difficile che i consigli accettino la proposta.

Infine, ci sarà anche da precisare le persone cui si applicherà il provvedimento. Finora, infatti, si è parlato genericamente dei Pdg (presidenti-amministratori delegati), ma in un'azienda come Edf, per esempio, alcuni membri della direzione hanno uno stipendio superiore a quello di Proglio. La logica vuole che la nuova regola venga applicata a tutte le remunerazioni, ma il rischio di una fuga di cervelli verso il privato potrebbe indurre il nuovo governo a riflettere sulla questione.

giovedì 26 aprile 2012

GIULIO CAVALLI E PIPPO CIVATI: "PREFERENZE PULITE ALLE AMMINISTRATIVE"

Nelle ultime elezioni amministrative la criminalità organizzata ha avuto gioco facile nell’eleggere un consigliere all’interno delle istituzioni a cui fare riferimento e su cui esercitare le proprie pressioni. I dati elettorali degli ultimi anni indicano chiaramente come bastino qualche decina di voti per entrare nei consigli comunali di città importanti per dimensione, posizione e attività sul territorio. Ne parla spesso anche Nando Dalla Chiesa nel suo decalogo antimafia e le ultime operazioni contro le mafie (anche in Lombardia) hanno stilato l’elenco dei nomi e dei cognomi.

Se ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra utilizzano lo strumento del voto di preferenza meglio e più consapevoli della stragrande parte degli elettori il problema non è solo politico: è un problema di cittadinanza praticata troppo poco. Se le mafie dimostrano di conoscere gli strumenti democratici e di utilizzarli a proprio vantaggio significa che anche su questo punto noi dobbiamo provare ad essere più vivi. Il “porcellum mafioso” è garantito dagli argini troppo bassi.

Per questo chiediamo in questi ultimi giorni di campagna elettorale che i candidati sindaci, la stampa, i partiti, la rete e la società civile alzino la voce sull’uso responsabile della preferenza da esprimere nel seggio. Indicare un cognome di cui fidarsi e a cui affidarsi non è solo il modo per non delegare solo alla coalizione l’attenzione per i punti di programma e avere una persona di riferimento; dare il voto di preferenza significa alzare l’argine contro le mafie per rendere più difficile la loro gestione del consenso.

Votate. E date una preferenza.

Su twitter #preferenzepulite

giovedì 19 aprile 2012

AUGIAS: SONO SORPRESO DAI CATTOLICI "ALLA FORMIGONI"

Non cessa di sorprendermi la disinvoltura con la quale i cattolici alla Formigoni trattano le religione, i precetti del vangelo, le cose del mondo, la loro vita privata. La frase che anche Gesù ha sbagliato a scegliersi Giuda usata come metafora per la sua corte d'affaristi senza scrupoli è teologicamente insensata e sfiora la blasfemia.

I seguaci stretti di Comunione e Liberazione, gli adulti di 'Memores Domini', dovrebbero secondo la regola mantenersi poveri e casti. In realtà li abbiamo visti spesso dentro faccende che poco hanno a vedere sia con la prima virtù sia con la seconda. Il presidente della Lombardia si è difeso dicendo di non aver mai toccato un euro e che mai ha sospettato di essere circondato dal malaffare anche perché privo di strumenti d'indagine. Ammettiamo che Formigoni sia stato davvero ignaro di quanto accadeva intorno a lui, che non abbia mai visto né sentito, che nel suo candore liliale, sia vissuto nel santo principio per cui 'omnia munda mundis', tutto è pulito per chi è pulito. Con una visione del mondo degna di 'Candide' (Voltaire), i regali, i viaggi, l'ospitalità, una combriccola con le mani in pasta dappertutto, soprattutto nella sanità, non destano sospetti, non fanno pensare, non impongono cautele, non suggeriscono ad un politico del suo rango di prendere distanze, di operare distinguo, di alzare la guardia. Il suo amico e collaboratore Alberto Perego viene accusato (Oil-for-food) di avere un deposito svizzero su cui confluiscono le tangenti di Finmeccanica, non una parola. A un certo punto si scopre che nella sua lista gli hanno infilato un tipetto vivace come la signorina Minetti, non batte ciglio. Ammettiamo che non abbia mai saputo né sospettato. Adesso che finalmente ha saputo perché non reagisce? Sarà candore o stordimento?

(Corrado Augias - la Repubblica 19/4/2012)



BERSANI: CON PDL E UDC NESSUNA PROSPETTIVA POLITICA

ROMA - L'alleanza con Pdl e Udc per sostenere il governo di Mario Monti è «un atto di responsabilità. Non credo assolutamente che ci sia una prospettiva politica». Pier Luigi Bersani a Radio Anch'io esclude per il futuro grandi coalizioni.
«La distinzione tra tecnici e politici - sostiene Bersani - è priva di fondamento, la caratura tecnica, se si andrà ad un confronto tra partiti, non sarà un problema. Ora di anomalo c'è una maggioranza politica, che è spuria, e deve trovare un punto di equilibrio che non sempre produce soluzioni incisive».
«ABC - afferma Bersani riferendosi alla sigla con cui vengono ormai indicati i segretari dei tre partiti Alfano, Bersani e Casini - è un atto di responsabilità e mi dispiace che venga descritto come una combriccola. A cena qualche volta posso andarci con Casini e Alfano ma se devo scegliere scelgo altrimenti e credo che la cosa sia reciproca».

Quanto al dopo-Monti, il segretario Pd crede che «dobbiamo vivere in un sistema bipolare con due polmoni, le forze politiche fanno le loro scelte e le dichiarano agli elettori come nelle democrazie normali». Quanto al premier Mario Monti, Bersani afferma: «Io mi trovo benissimo con lui, penso che sia un democratico ma non voglio certo tirargli la giacca. Se scoprissi un bel mattino che Monti è appassionato alle prospettive politiche del Pd sarebbe una bella giornata».
«Ci siamo presi una responsabilità in nome dell'Italia. Non vogliamo vincere sulle macerie del paese. Eravamo sull'orlo della situazione nella quale si trova la Grecia e abbiamo rischiato: ci siamo chiesti cosa serve al paese per essere il partito del nuovo secolo», ha detto ancora il segretario del Pd.

Ieri il presidente del consiglio ha tracciato l'agenda degli impagni che l'Italia dovrebbe rispettare nei prossimo 5-10 anni. Può essere interpetata come una richiesta indiretta di riconferma? «Dopo questi mesi -ha risposto Bersani - non so se gli viene la voglia di stare fino al 2020, questo è un lavoretto pesante. Se poi nel 2013 ci saranno tecnici che vogliono fare outing, e andranno alle elezioni come politici ben vengano».

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=191711&sez=HOME_INITALIA&ssez=POLITICA

venerdì 13 aprile 2012

IL REATO DEL CORPO - NORMA RANGERI

Siamo arrivati a dover leggere in un dispaccio di agenzia «se la 'nera' non dovesse arretrare dalle sue posizioni...». La Nera è naturalmente la vicepresidente del senato Rosy Mauro, coinvolta nel malaffare che sta travolgendo i vertici della Lega. E se dalla prosa della cronaca transitiamo ai piani alti del giornalismo, ecco, con rinnovata passione lombrosiana, corsivisti e grandi firme affondare la penna non sul reato ma sul corpo, sfregiandolo (la badante, la strega, la terrona, mamma Ebbe, la virago), fino a insistere sulle sue mani rosse e nodose, come tocco finale di un rogo intellettuale. E' lei, lei sola, lei soprattutto a inficiare il decoro delle istituzioni repubblicane, come se le aule parlamentari non fossero affollate da donne e uomini, non solo coinvolti in vicende poco commendevoli, ma persino condannati dai tribunali della repubblica.

Rosy Mauro non ha ricevuto al momento neanche un avviso di garanzia e quando pure le arrivasse una richiesta dei magistrati avrebbe pur sempre diritto all'habeas corpus. Se invece si invocano le dimissioni anche semplicemente per quel che emerge dalle inchieste in corso, allora non si capisce come mai l'invocazione della rispettabilità di palazzo Madama non la reclama nessuno quando le carte giudiziarie tirano in ballo uomini in posizioni altrettanto istituzionali. Invece l'insultometro si scatena perché al centro della scena c'è la preda perfetta, il capro espiatorio di un celodurismo trasversale che alimenta l'escalation mediatica. Come se questa donna fosse la discarica in cui sversare veleni, furori, sensi di colpa, nel tentativo di placare la rabbia popolare alimentata da una corruzione politica dilagante, dentro e fuori la Lega (dalla tomba della Margherita ieri sono saltati altri 13 milioni). In poche ore sono state raccolte diecimila firme per farla dimettere.

Quando si dice che stiamo assistendo a una Tangentopoli al cubo, sappiamo che il contraccolpo non sarà un pranzo di gala. E dal lancio delle monetine siamo passati alla lapidazione.

http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7066/

UNO STUDENTE SCRIVE A BERSANI!

SEGRETARIO, SE CI SEI...BATTI UN COLPO...
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Caro Segretario Bersani,
chi ti scrive è un ex-elettore del Partito Democratico. L'ho votato alle politiche del 2008 e me ne sono pentito. Oggi faccio parte di quel 50% dell'elettorato che non andrebbe a votare, perché non sa proprio più a chi credere (o a che santo votarsi). Ho 23 anni, a luglio mi laureo, ad ottobre sbarcherò a Londra, non penso di tornare, perché qui in Italia, a parte gli affetti familiari e l'impegno politico nella diffusione degli ideali di Enrico Berlinguer e la difesa della sua memoria, non c'è nulla che mi trattiene o che mi invogli a rimanere.
Se ti scrivo però è perché ti reputo una persona perbene e competente, benché spesso e volentieri non mi trovi d'accordo con alcune posizioni che hai assunto in questi tuoi due anni e mezzo di mandato. Per questo penso che sulla questione dell'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione il Partito Democratico, che stando ai sondaggi sarebbe il primo partito, non può semplicemente ratificare una decisione presa chissà dove, senza coinvolgere i cittadini elettori.
Per la settimana prossima, precisamente martedì 17 aprile, il Senato ha calendarizzato l'approvazione definitiva della modifica dell'art.81 della Costituzione, che introduce il pareggio di bilancio. Molti economisti, a partire da Tito Boeri, hanno parlato della dannosità di un provvedimento del genere. In particolare, in un editoriale su Repubblica del 6 agosto 2011, l'economista della Bocconi ha spiegato
"L'inserimento dell'obbligo di bilancio in pareggio nella Costituzione è addirittura una norma sbagliata. Ci può mettere nelle stesse condizioni in cui si è trovato Obama nelle ultime settimane. Supponiamo che il nostro Paese si trovi a fronteggiare un rialzo dei tassi di interesse inaspettato oppure una recessione internazionale dopo aver approvato un bilancio in pareggio. Come potrà essere finanziata questa spesa aggiuntiva senza che il provvedimento venga dichiarato incostituzionale? In ogni caso un governo deve poter anche utilizzare il deficit di bilancio durante le recessioni per ridurre i costi e la durata. Precludersi a priori questa possibilità è un grave errore."
Sempre in quel periodo lo stesso Boeri, su lavoce.info, ha osservato che sarà comunque facile eludere la norma per le forze politiche, ma questo ridurrà ulteriormente la trasparenza dei conti pubblici. E in tempi come questi, dove l'irrisolta Questione Morale rischia di travolgere le istituzioni e tutti i partiti, direi che non ce lo possiamo proprio permettere.
Tu stesso, l'11 agosto 2011, pronunciavi le seguenti parole, nell'aula di Montecitorio:
"Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica".
Ecco, ora tu puoi anche aver cambiato opinione al riguardo, ma puoi spiegare al tuo elettorato (reale e potenziale) il perché di questo cambio di rotta? Solo perché al Governo c'è Mario Monti e il pareggio di bilancio è stato imposto da Angela Merkel a livello europeo per istituzionalizzare ricette che anche tu fino a qualche mese fa definivi bollite e inadeguate a fronteggiare la crisi?
Ma se non era la Madonna Enrico Berlinguer, possono esserlo Mario Monti o Angela Merkel? Con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio in Costituzione si dichiara de facto il rifiuto dell'idea che lo stato sociale sia una istituzione fondamentale del nostro sistema economico e sociale. E non è una cosa da poco e sulla questione i cittadini dovrebbero essere chiamati ad un grande dibattito, da cui invece sono tagliati fuori completamente.
Sui grandi giornali la discussione è praticamente assente, così come nei talk show televisivi. Ai tempi del PCI ogni legge/proposta veniva discussa nelle sezioni, coinvolgendo militanti e simpatizzanti: lo stesso sta avvenendo in quelle del Partito Democratico? A quanto pare no.
L'opinione pubblica italiana è distratta da Trote, malapolitica e scandali, anche a causa del fatto che il PD sulla Questione Morale per troppo tempo ha balbettato. Ma su questa questione anche io cittadino elettore ho il diritto di esprimere la mia opinione. La Libertà è partecipazione: e io voglio essere libero di partecipare.
Questo Parlamento, che ha quasi il 10% dei suoi membri condannati/indagati, non è adeguato a proporre nessuna modifica della Carta fondamentale della nostra Repubblica: non ne è politicamente (per via della legge elettorale) e moralmente (per via degli scandali) degno.
Il Partito Democratico il 17 aprile prossimo dovrebbe astenersi, per permettere ai cittadini di esprimersi sul pareggio di bilancio in Costituzione per via referendaria. Se, viceversa, voterà a favore, contribuendo a raggiungere la soglia dei 2/3, oltre la quale non sarà possibile fare alcun referendum, vorrà dire che il PD, di democratico, ha solo l'aggettivo.
Enrico Berlinguer, concludendo la famosa intervista a Scalfari del 28 luglio 1981, affermava:
"Un giornalista invitò una volta a turarsi il naso e a votare Dc. Ma non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?"
Ecco, caro Bersani, una nuova società che non sia un immondezzaio si comincia a costruire anche da qui, lasciando ai cittadini la possibilità di scegliere se il pareggio di bilancio debba diventare parte della nostra Carta fondamentale oppure no. Tu questa società la vuoi davvero costruire? E allora dimostralo.

Con sincera stima,
Pierpaolo Farina (studente)
Giovedì 12 Aprile 2012

NON CI FERMEREMO. INTERVISTA A MAURIZIO LANDINI

di Loris Campetti
Per Camusso la soluzione sull'articolo 18 è «un risultato». Ma Landini risponde: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, siamo liberi di dire no» FIOM Il segretario generale lancia un appello in difesa del lavoro e dei diritti
A chi in Cgil dice che grazie alle battaglie sindacali si è raggiunto un buon compromesso sull'art. 18 e dunque tutti dovrebbero essere contenti, c'è chi in Fiom risponde: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, ora vorremmo essere liberi di decidere se essere o non essere contenti».
Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil non è contento, anzi è piuttosto incazzato. Il giudizio di Maurizio Landini è molto negativo, sia sull'art. 18 - «di fatto cancellato» - che sugli ammortizzatori sociali. Per non parlare della precarietà «che con questo disegno di legge rischia addirittura di aggravarsi. Siamo il paese più precario d'Europa». Insomma, un disastro dentro una crisi globale a cui il liberismo perdente ma imperante sta rispondendo con ricette che invece di guarire l'ammalato lo ammazzano. Basti pensare che il Fondo monetario internazionale è preoccupato che nel 2050 la vita degli umani possa allungarsi di tre anni, ipotesi valutata «troppo rischiosa». Questa intervista al segretario della Fiom uscirà in forma più ampia nell'e-boock che Sbilanciamoci metterà in rete nei prossimi giorni.
Landini, quanta quota di pil e quanti punti di spread vale la sterilizzazione dell'art. 18?
L'unica riduzione garantita da questa non-riforma, qualora venisse varata dal Parlamento senza radicali modifiche, sarebbe la riduzione dei diritti e la totale svalorizzazione del lavoro, ridotto a pura merce. Non aumenterà i posti di lavoro ma li diminuirà, non ridurrà la precarietà ma l'accrescerà e riduce la tutela degli ammortizzatori sociali. Un modo disastroso di rispondere alla crisi, così come disastrosa è stata la riforma delle pensioni. Siamo di fronte a un intervento sul mercato del lavoro in cui i sacrifici di chi lavora vengono presentati come necessari per sostenere i più deboli, i precari. Invece, non una delle 46 forme contrattuali presistenti è stata mandata in soffitta. Aggiungi che i contratti a termine vengono ulteriormente liberalizzati, grazie all'introduzione da parte del governo Monti del trattamento speciale riservato ai lavoratori «svantaggiati» affittati dalle agenzie interinali alle aziende con uno sconto del 20% sulle tabelle contrattuali.
Come valuti le modifiche degli ammortizzatori sociali?
Le giudico male, perché ancora una volta è negata la loro estensione universale. A fronte della cancellazione della mobilità si introduce l'Aspi, un sostegno ridotto nel valore e nella durata da cui sono esclusi i lavoratori intermittenti, tranne chi ha la fortuna di aver lavorato almeno 52 settimane in due anni. E si riduce la tutela oggi garantita dalla cassa integrazione, interamente cancellata nei casi di fallimento e chiusura.
Ma il problema dei problemi si chiama ancora art. 18.
La modifica che si vorrebbe attuare è grave e, per noi della Fiom, inaccettabile. Lo sbandierato recupero del «reintegro» non è che un miraggio, per noi deve restare un diritto: un licenziamento ingiusto non può essere semplicemente risarcito come avverrebbe nel 99% dei casi se il testo venisse varato così com'è dal parlamento. Si peggiorerebbe addirittura la condizione di chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti e la dichiarazione delle motivazioni economiche dei licenziamenti collettivi da parte dell'impresa non sarebbe più obbligatoria. Salterebbe persino l'indennità. Per tutte queste ragioni i metalmeccanici hanno scioperato e la Fiom è convinta che la lotta debba continuare. Serve un grande impegno per riunificare i soggetti colpiti dalla crisi: lavoratori dipendenti, precari, giovani, pensionati. Va in questa direzione l'appello che la Fiom ha lanciato ai delegati e alle delegate, ai giovani, ai precari, ai disoccupati e agli inoccupati per un'assemblea aperta che si terrà sabato prossimo a Bologna, a Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore.
Peccato che la Cgil si muova su un'altra lunghezza d'onda.
Ne parleremo al direttivo confederale del 19, dove io ripeterò quel che sto dicendo a te. Sul mercato del lavoro e la precarietà i giudizi della Fiom e della Cgil collimano. Diversa è la posizione sull'art. 18. Ci batteremo per strappare modifiche sostanziali, come chiedono tutti i nostri operai che in questi giorni hanno scioperato in difesa dello Statuto dei lavoratori. Aggiungo che il sindacato deve aprirsi al mondo della precarietà e della disoccupazione e il modo più efficace è la conquista, in discussione anche in Europa, di un reddito di cittadinanza per tutelare chi non lavora o si trova in un limbo occupazionale che potrebbe rapidamente trasformarsi in un inferno. Il senso dell'assemblea di sabato è la riunificazione dei diritti contro le fasulle divisioni tra presunti garantiti e non garantiti. Bisogna creare investimenti finalizzati a una ripresa dell'occupazione nella direzione di un diverso modello di sviluppo e di mobilità che siano socialmente ed economicamente compatibili.
In Europa non si discute solo di reddito di cittadinanza ma anche di come imbrigliare il diritto di sciopero. Sulla base della relazione fatta da Monti per Barroso (nota come Monti-2), Strasburgo potrebbe far arretrare di mezzo secolo quel che resta del modello sociale europeo.
Servirebbe una risposta sindacale europea all'altezza dello scontro, che al momento non si vede. Da noi è chiaro a tutti che Monti obbedisce in tutto e per tutto alla lettera della Bce con il taglio alle pensioni, al welfare e ai diritti. Sbaglia chi definisce tecnico questo governo che vuole ridurre il lavoro a merce. Al contrario, si dovrebbero tassare le rendite, introdurre la patrimoniale, investire su uno sviluppo e una mobilità basate sul buon lavoro e il rispetto ambientale.
La Fiat chiude l'unica fabbrica italiana di autobus e vola all'estero. Marchionne investe ovunque, persino in Argentina, tranne che in Italia.
La Fiat è in fuga. Importa in Italia dagli Stati uniti un modello di relazioni sindacali e sociali corporativo ed esporta ricerche, investimenti, stabilimenti e lavoro. E il «tecnico» Monti che fa? applaude al diritto delle imprese a fare quel che vogliono e a produrre dove conviene loro di più. Questo processo va avanti in un vuoto di democrazia, con gli operai che non possono più scegliersi i delegati né votare gli accordi e i contratti che riguardano la loro vita e il loro lavoro, mentre Marchionne chiude le porte di Pomigliano a chi ha la tessera Fiom e quelle di Melfi ai tre lavoratori di cui il giudice ha ordinato il reintegro. Per questo la mobilitazione deve continuare. La Cgil ha indetto un pacchetto di ore di sciopero e una mobilitazione a cui la Fiom parteciperà con i suoi contenuti, quei contenuti che sono stati votati all'unanimità dal Comitato centrale.

da Il Manifesto, Giovedì 12 Aprile 2012

mercoledì 11 aprile 2012

PERCHE' DOVREMMO RIMPIANGERLI?

Ed ecco Furio Colombo!!!
PERCHE' DOVREMMO RIMPIANGERLI?
Fa tristezza pensare alla Lega, come è finita. Fa tristezza pensare che questi della Lega, dopo l’immenso danno arrecato all’Italia e il guadagno che alcuni di loro ne hanno ricavato, hanno dovuto dirsi da soli quel che sono.
Buffoni, imbroglioni, traditori, gridava la folla degli ex elettori in strada. E dentro, dove vi descrivono abbracci e pianti fra guerrieri che si salutano, potete immaginare che cosa – in realtà – si sono detti, che carte hanno sventolato, quali riguardi hanno dedicato al vecchio capo che se ne andava. So benissimo che le urla di strada volevano essere di sostegno. Ma nella confusione le parole erano quelle.
Nessuno può dire, con un minimo di faccia e di decoro che si tratta di una sorpresa e chi l’avrebbe mai detto, quei bravi ragazzi. Forse non si sapeva niente del Trota, dalla scuola al Consiglio regionale Lombardo al trofeo calcistico delle squadre dei popoli oppressi? Forse non ci avevano parlato loro stessi di Monica della Valcamonica che provvede a truccare le elezioni per aprire la strada al Figlio? Forse ci avevano ipocritamente nascosto il loro linguaggio da statisti? Borghezio, che è sempre rappresentante parlamentare della nostra Repubblica in Europa, ha mai negato, “cazzo” (sto citando suoi importanti discorsi politici) “se la vadano a prendere in culo e gli immigrati vanno buttati in mare” di esprimersi e com-portarsi come Lega comanda? Riconosciamo ciò che dobbiamo riconoscere. La Lega non ci ha mai mentito.
Durante la guerra contro Gheddafi i disperati fuggivano cercando soccorso in Italia e Bossi ha detto subito, a tutti i nostri microfoni “foera di ball”. Era ministro, quasi vice premier. Ed era ministro (dell’Interno) anche Maroni, quello che adesso invoca la pulizia. E volete che Marina militare e Forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza non ne abbiano tenuto conto nei crudeli e ripetuti respingi-menti in mare, prima fatti insieme a un Paese dispotico e senza diritti umani, la Libia, poi con la complicità di tutti coloro che hanno fatto finta di non sapere, col risultato di lasciar morire in mare uomini, donne, bambini, giovani donne incinte cui spettava il diritto d’asilo secondo le leggi del mondo?
Congratulazioni agli uomini della Lega, d’accordo. Hanno compiuto, tra l’indifferenza di tanti, ciò che avevano promesso, e hanno incassato il dovuto e più del dovuto – il tutto girato alla famiglia – perché intanto consentivano a Berlusconi di governare e gli votavano leggi ad personam da avanspettacolo. Ma il più vergognoso discredito (e condanna dell’Alta Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani) a carico della Repubblica italiana, questo è il dono della Lega al Paese che l’ha accettata.
Ci sono due domande che tormenteranno chi ci seguirà nella storia. La prima è: ma c’era la Costituzione. Come hanno potuto i leghisti volere e ottenere la legge sulle ronde, le classi separate per i bambini non italiani (dunque in regime di apartheid) le impronte digitali per i bambini rom, il “pacchetto sicurezza” che assegna poteri del tutto arbitrari ai sindaci e sospende le garanzie fondamentali ai cittadini immigrati; centri di identificazione ed espulsione dove si può restare rinchiusi un anno e mezzo senza difesa e senza diritti nelle condizioni più disumane; il federalismo fiscale, penosa invenzione senza numeri e senza copertura di spese come mega manifesto elettorale da esibire, a spese di tutto il Parlamento in ogni manifestazione leghista; l’approvazione quasi unanime nelle due Camere di un Trattato di amicizia, collaborazione militare, scambi di basi e di segreti, respingimenti congiunti in mare di profughi e migranti, anche se titolari di diritto d’asilo? Come è potuto accadere senza una rivolta del Parlamento, prima di tutto della sua opposizione ?
La seconda è: ma come hanno potuto, stampa e televisione italiana, sottrarsi al dovere di denunciare all’opinione pubblica un partito che ha oscillato sempre fra il ridicolo (Calderoli con il lanciafiamme), il dileggio aperto alle istituzioni (“Signora, il tricolore lo può mettere al cesso”). E il gesto criminale di dare fuoco di notte ai giacigli di immigrati senza casa accampati a Torino sotto i ponti della Dora? O incendiare un campo rom per presunto stupro mai avvenuto? Per capire questo inspiegabile evento italiano mettete da parte due citazioni da editoriale di grandi quotidiani del 6 aprile. Prima citazione. “Bossi aveva tutti contro ma ha contribuito a scardinare la Prima Repubblica, portando istanze nuove dove prima il Nord era solo una espressione geografica”. (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera). Avete letto bene, “istanze nuove”. E il Nord di Olivetti, Agnelli, Pirelli, Pasolini, Montale, Visconti, il Nobel Dario Fo, prima di Bossi, era “solo una espressione geografica”. Seconda citazione. “Non lasciano da vincitori ma da sconfitti (Berlusconi e Bossi, ndr). Eppure sono sconfitti a cui va riconosciuto l’onore delle armi”. (Michele Brambilla, La Stampa). La cronaca vuole che la richiesta di onore delle armi (una sorta di funerale di Stato a un vivo) arriva proprio mentre, sempre sincero e privo di imbarazzo, Bossi ha fatto sapere che “è tutto inventato da Roma ladrona e farabutta”, con il consueto linguaggio di statista che “porta nuove istanze”.
Ecco perché oggi, nel ricordare furti e ricatti e menzogne e delitti (i morti in mare) della Lega e il suo scempio di diritti umani, è giusto ricordare il mondo giornalistico italiano che ha reso tutto ciò possibile.
Il Fatto Quotidiano, 8 Aprile 2012

BOSSI SECONDO MARESCOTTI (E SECONDO CLAUDIA)

Considero migliore questa analisi! Ho da sempre ritenuto che i partiti politici e la politica in generale debbano indirizzare la società. Il giudizio sulla Lega è implacabile: sono riusciti a tirare fuori i peggiori istinti e gli aspetti più triviali dei cittadini del nord e non solo.
Spero che la Magistratura indaghi a fondo su tutte le amministrazioni leghiste perchè non è affatto corretto parlare di buon governo leghista (soprattutto se c'è il sospetto di infiltrazioni della 'ndrangheta).
Claudia

Bossi è stato solo un politico cafone
di Ivano Marescotti

L’articolo di Massimo Fini sul nostro giornale, un omaggio commosso alla statura politica di Bossi, mi avrebbe fatto veramente drizzare i capelli se mai ne avessi avuto ancora qualcuno. Dirò meglio allora: mi si è rivoltato lo stomaco. Se l’avessi letto su “Libero” o “il Giornale” o “la Padania” come sarebbe scontato, sia pure a sua firma mi avrebbe fatto sorridere di compassione per l’autore. Leggerlo sul “Fatto” mi ha fatto venire i sorci verdi. Va bene la provocazione, e lui è un maestro in questo, ma qui si esagera tanto più che non visto nessun dibattito di idee. E forse è giusto così. Di fronte a quella opinione non vale la pena dibattersi. Ma a me disturba che nessuno abbia nulla da dire. Neanche l’ottimo articolo di Furio Colombo del giorno dopo, infatti, e con lo stesso argomento, fa cenno a quell’articolo di Fini, antitetico, comparso sul suo (nostro) stesso giornale.
Colombo cita per smontarle queste parole: “Bossi aveva tutti contro, ma ha contribuito a scardinare la prima repubblica portando istanze nuove…” e poi ancora “sono sconfitti a cui va riconosciuto l’onore delle armi” sono parole di Pierluigi Battista e di Michele Brambilla, tali e quali a quelle di Fini pubblicate sul Fatto. Con l’aggiunta patetica di Fini a chiusura del suo articolo: “Voglio dirgli con rispetto, con ammirazione e con affetto: grazie Umberto”. E Padellaro e Travaglio? Nulla da ridire o da ridere?
A mò di piccola, personale protesta, significando: “Non contate su di me” riporto il mio pensiero su Bossi e la Lega in generale che è poi quella di Alexander Stille (pubblicata sul suo blog di Repubblica): purtroppo molti salutano l’uscita di scena di Bossi come quella di un grande uomo politico travolto dalla malattia e da un entourage poco affidabile. Invece è stato ed è solo un cialtrone opportunista, cafone, razzista e ignorante. E solo altri ignoranti e razzisti e opportunisti hanno potuto fargli da contorno aiutandolo a trascinarci nella merda tutti quanti.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/10/fini-sbaglia-bossi-stato-solo-politico-cafone/203424/

UMBERTO BOSSI SECONDO MASSIMO FINI

Abbiamo spesso postato articoli di Massimo Fini.
Personalmente non sono d'accordo con quanto scritto nella sua interezza, ma è giusto riportare l'articolo.
Umberto Bossi, un politico vero
Con le dimissioni di Umberto Bossi da segretario della Lega finisce un’epoca. E una speranza.
La Lega è un prodotto del più grande sconvolgimento avvenuto in Europa nel dopoguerra, il tracollo dell’Unione sovietica, che portò alla fine di un Impero, alla liberazione dei ‘Paesi satelliti’, delle Repubbliche baltiche, alla riunificazione della Germania, alla disgregazione della Jugoslavia. Più modestamente in Italia molti elettori che per decenni avevano votato, turandosi il naso, per la Dc, il Psi, il pentapartito, scomparso il pericolo comunista, rivolsero la loro attenzione a questo movimento strano e nuovo, nel linguaggio, nei contenuti, nei programmi e nella dichiarata intenzione di dare battaglia alla partitocrazia, alle sue pratiche clientelari e lottizzatrici, alla sua corruzione di sistema.
Contro la Lega i partiti, le tv, i giornali (tutti, perché tutti erano compromessi con la Prima Repubblica) organizzarono un fuoco di sbarramento quale non si era visto nemmeno all’epoca delle Brigate Rosse. Ma il movimento di Bossi riuscì a resistere. Dopo vent’anni di consociativismo era nata finalmente una forza di opposizione. Ciò permise alla magistratura di avviare le inchieste sull’endemica corruzione dei partiti. Crollava così la Prima Repubblica.
Ma alle elezioni del 1994 si assistette a un fatto strabiliante. Bossi aveva scosso l’albero, ma i frutti li aveva colti Berlusconi, il principale sodale economico di colui che era ritenuto l’emblema stesso della corruzione della Prima Repubblica, Bettino Craxi. Fiutato il pericolo, Bossi nel 1995 col suo più bel discorso tenuto in Parlamento, fece cadere, dopo solo un anno, il primo governo Berlusconi. E si mise con le sinistre. Ma in breve queste lo regalarono di nuovo a Berlusconi, per insipienza (la sola cosa intelligente che D’Alema ha detto in vita sua è: “La Lega è una costola della sinistra”. Bossi è sempre stato un uomo di sinistra, lui stesso me lo confessò, una notte, davanti alla solita pizza).
L’alleanza duratura con Berlusconi fu l’inizio della fine della Lega. Perse tutti i suoi connotati fondanti. Era un movimento che puntava sull’identità e si alleava con uno che viveva nell’etere. Era un movimento localista e quindi, in sé, antiglobalizzazione e si alleava con un globalizzatore assatanato. Era un movimento antiamericano e si alleava con uno più americano degli americani. Le sue fortune erano andate di pari passo con le inchieste giudiziarie e dovette allinearsi con la devastante campagna di delegittimazione della magistratura condotta da Berlusconi e dai suoi. Berlusconi è stato il primo assassino di Bossi. Il resto l’ha fatto il sistema dei partiti.
La melanconica parabola della Lega dimostra che non si può entrare in questo sistema senza assumerne i connotati. La prima Lega era partita lancia in resta contro la lottizzazione, soprattutto in Rai e ha finito per lottizzare come tutti. Aveva fatto della lotta alla corruzione la sua bandiera e si è corrotta. Adesso la meschina soddisfazione dei partiti e dei loro reggicoda (“Vedete, anche la Lega è come tutti gli altri, è come noi”) è del tipo di quella del marito che, per far dispetto alla moglie, si taglia i coglioni. Il collasso della Lega fa crollare definitivamente la credibilità della forma-partito, già ai minimi termini, e mette anche in serio dubbio la validità della stessa democrazia, almeno così come si è realizzata in Italia.
Infine, due parole su Bossi. Considero Umberto Bossi l’unico, vero, uomo politico comparso sulla scena negli ultimi vent’anni, il solo animato da un’autentica, disinteressata, passione che ha finito per pagare con la salute. E in quest’ora della sua fine politica voglio dirgli, con rispetto, con ammirazione e con affetto: grazie Umberto.
Il Fatto Quotidiano, 7 Aprile 2012

E' DA VIGLIACCHI PRENDERSELA COL TROTA - GAD LERNER

di Gad Lerner
Una insana voglia di linciaggio, tipicamente leghista, si abbatte sui capri espiatori prescelti da Roberto Maroni: cioè il dimissionario Renzo Bossi e la "badante" Rosy Mauro. Figure impresentabili, certo, ma non da oggi.
Dove erano tutti i coraggiosi che oggi ne invocano l'epurazione -Maroni in testa- quando il vertice del Carroccio s'inchinava all'autorevolezza di quei due? Fin troppo scoperta è la manovra di colpire il Trota e la Mauro per fingere di salvare Umberto Bossi e soprattutto evitare ogni discorso di verità sulla Lega. Un movimento bugiardo fin nei suoi assunti teorici, vissuto di menzogne, convenienze e disprezzo della democrazia.
Il Trota è un poveretto stritolato cinicamente in un gioco molto più grande di lui.

da gadlerner.it, Martedì 10 Aprile 2012