Eccola che arriva, senza fanfare e vessilli, la brigata anti-anticasta, ecco che coraggiosamente si fanno avanti i politici che osano sfidare le onde altissime del maremoto “Gianantonio” (Stella, ndr) muniti solo di qualche ragione e di un innegabile buonsenso.
Prendiamo l’intervista di 2 giorni fa di Rosy Bindi alla Stampa: seria, meditata, argomentata. Non da “casta”. Non da piagnisteo intercalato da scurrilità varie, alla Razzi, per capirci, quello ridicolizzato per tutta la vita da Gianluigi Nuzzi. Che fa i conti con un sentire dell’opinione pubblica che giustamente reclama che i parlamentari diano il buon esempio. Cosa che non è mai accaduta, prima d’ora.
Sulla querelle sulla media europea – se cioè i nostri parlamentari prendano di più, e quanto, dei colleghi degli altri paesi – non la faremmo tanto lunga. Il punto è abbastanza chiaro: nella busta paga degli onorevoli finiscono voci come il compenso per i collaboratori (che dovrebbero essere pagati direttamente dal parlamento onde evitare appropriazioni indebite), altri rimborsi non facilmente difendibili più cose che sfuggono ai non addetti ai lavori. Risultato: bei soldi.
Questo i cittadini vedono. E s’indignano. Poi è inutile che Vittorio Emiliani, sull’Unità, ammonisca a «non sparare nel mucchio» se poi è lui stesso a difenderlo, quel «mucchio», per esempio a proposito delle province, con la classica argomentazione che così non si fa, che il problema è più complesso, eccetera eccetera. Bindi punta invece a sottolineare un aspetto cruciale. Sostenendo che il rischio vero è quello di una delegittimazione della politica in quanto tale. Del parlamento. Perché «c’è un attacco alla dignità dell’istituzione». Giustissimo. E noi non vogliamo tornare allo Statuto albertino dei notabili, vogliamo un parlamento aperto a tutti.
Ora, non staremo qui a dire che l’attacco più forte al parlamento viene dallo scilipotismo e dal razzismo (da Razzi-ndr) e da tutto ciò che lo origina. Ma il motivo vero dell’indignazione popolare contro i privilegi dei politici si ritrova nella sproporzione che c’è fra remunerazioni e produttività reale dei politici stessi.
Si può anche cambiare la legge elettorale – e fatelo fare, ’sto referendum – ma il problema si riproporrebbe l’indomani, dato che il parlamento continuerebbe a non funzionare, ad essere prigioniero di regole e ritualità ottocentesche, a risultare lento e pletorico. C’è una sola cosa da fare, cari politici: cambiatelo, il parlamento, cambiate anche voi stessi e il vostro modo di rappresentare la società. Altrimenti certo che si sparerà nel mucchio, ma allora sarà troppo tardi.
Mario Lavia
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