sabato 1 gennaio 2011

IL NUOVO TEMPO

Di Conchita De Gregorio
Circola un documentario, in Europa ma non in Italia, intitolato Comprare, buttare, comprare. La storia segreta dell’obsolescenza programmata. Lo ha girato Cosima Dannoritzer. L’obsolescenza programmata è il deliberato accorciamento della vita di un prodotto al fine di incrementarne il consumo. Una storia affascinante e tragica che inizia nel 1920, con un cartello creato per limitare la vita delle lampadine elettriche, e finisce per ora agli IPod. Una pratica imprenditoriale che è diventata la base dell’economia moderna: l’economia del consumo. I tempi di mortalità degli oggetti sono sempre più brevi, la loro sostituzione inevitabile. Riparare oggetti rotti è sempre meno conveniente, in certi casi impossibile: bisogna ricomprarne di nuovi. Più moderni, apparentemente meno costosi, assai più deperibili. Vale per i materassi come per i frigoriferi. In genere, naturalmente, erano meglio i vecchi: i vecchi materassi e i vecchi frigoriferi, quelli che duravano una vita. I tecnici e gli artigiani della loro manutenzione non esistono più, con loro se ne sono andate anche le parole per dirlo. Sprimacciare, per esempio, è un verbo scomparso.
Erano migliori perché la qualità degli oggetti era costituita in gran parte dalla loro costanza di rendimento. Si tramandavano di casa in casa, di generazione in generazione. Con loro si tramandava l’enorme cura, persino l’affetto alle volte, che gli umani dovevano alle cose nelle quali si incarnava una tradizione, un ricordo, una vicenda familiare. Anche solo semplicemente l’attenzione e la premura verso gli oggetti: non romperli, custodirli con metodo, mettere in moto la macchina una volta al giorno anche se non si usava, assumere su di sé una responsabilità. La responsabilità di avere qualcosa in consegna dai padri e destinarla ai figli. Più o meno, anche quando qualcosa in corso d’opera si sostituiva – una casa più piccola in città con i proventi della casa più grande in campagna o in periferia, per esempio – il principio era quello: far fruttare il patrimonio avuto in dote.
Pensavo, vedendo il documentario, che quel principio si è smarrito per le cose come per le persone. Che la fragilità del successo, la mortalità precoce e l’indifferenza alla sostituzione di un volto con un altro, un nome con un altro, l’accelerazione del consumo vale anche per gli uomini e le donne. Siano star della musica sex symbol o candidati leader. Avanti un altro. Dipende dal fatto che il cadere del senso di responsabilità individuale nelle scelte collettive ci lascia tutti in balia degli eventi che sembrano arrivare dall’esterno, come per una specie di ineluttabile avvicendarsi di stagioni alle quali si assiste osservandole, criticandole, lamentandosene, mai determinandole. Spettatori, non protagonisti.
E’ stato, anche questo, un programma attuato con metodo e costanza: l’obsolescenza programmata dello spirito critico, il disinnesco del principio di autodeterminazione, lo smarrimento del senso primitivo della delega. Le conseguenze sono attorno a noi, dentro di noi.
Avrei dovuto parlarvi dell’anno che è appena passato. Degli operai sulle gru, del sindaco di Pollica, di Ruby e Scilipoti. Del sistema Verdini o di quello Lele Mora. Di quel ragazzo su tre che non trova lavoro, di quella donna su due che nemmeno lo cerca. Di quell’italiano su dieci che detiene la metà della nostra ricchezza, come si studiava una volta nei sussidiari a proposito del Terzo Mondo. Dei ghigni e delle urla in tv, Nostra Signora del Regno, e di quei ragazzi che sfilano per strada portando come scudi le copertine dei libri, per loro e per nostra fortuna. Non lo farò, son cose che sapete: le avete viste succedere nelle vostre vite. Meno che mai parlerò oggi del grande corruttore. Verrà un giorno in cui tutto questo sarà storia, tre o quattro paragrafi in un libro con le note a piè di pagina. Il tempo farà ragione dei meriti e dei demeriti, come sempre.
Voglio invece dirvi perché abbiamo deciso di affidare il racconto di quest’anno, nel supplemento di fine anno e nel nostro calendario per il 2011, alle fiabe. Abbiamo cominciato due anni fa a rinominare le parole da capo per restituire loro il senso, ricordate? L’almanacco del popolo: una parola al giorno. Abbiamo ripreso in mano i numeri e i colori, come si deve fare dopo una lunga ipnosi, una malattia: sedia, questa è una sedia. Democrazia, questa è la democrazia. Tempo, ecco cos’è il tempo. Nelle fiabe che ciascuno di noi ha ascoltato da bambino c’è l’origine della trama di valori che ci consente di vivere insieme: il bene, il male, le loro conseguenze.
Fabio Magnasciutti, Lorenzo Terranera e Manginobrioches, tre ragazzi di quelli a cui il talento non garantisce il futuro, hanno illustrato e scritto attraverso le favole quello che vorremmo lasciarci alle spalle e quello che speriamo per domani. Tutti lo capiranno, anche i bambini. E come si sa, la differenza fra le storie per bambini e le storie per adulti è che le prime sono per tutti, le seconde sono per alcuni.
Affidiamoci ai ragazzi, consegniamo loro quel che possiamo, proviamo a stupirci di nuovo anche noi. A indignarci a sorridere, e ripartiamo da qui. Ci vorrà tempo ma è un metodo sicuro, e che il 2011 sia il primo anno del nostro nuovo tempo. Del loro tempo, e del nostro.

http://concita.blog.unita.it/il-nuovo-tempo-1.263565

venerdì 31 dicembre 2010

BUON 2011

*˛*˛*.˛*..˛°˛.*★ FELICE FINE ANNO ★ ★* 。*˛. * .* * * *
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IMAGINE - JOHN LENNON

GLI AUGURI DI NICHI VENDOLA PER IL 2011

giovedì 30 dicembre 2010

COSI' SI MUORE IN CALABRIA PER LA LEGGE DELLA TERRA

Cinque morti, quattro assassini. A Vibo Valentia una storia di confini, di alberi tagliati, di rancori e violenza che fa dire ai magistrati: "Peggio della 'ndrangheta"
di ROBERTO SAVIANO
Gli animali che sconfinano e mangiano l'orto e rovinano la coltivazione. Alberi tagliati senza permesso compromettendo la frutta. I confini della terra continuamente manomessi, e poi in piazza non ci si saluta e si sentono gli sfottò arrivare dietro la schiena. Anzi, un giorno dopo una discussione prendersi uno schiaffo in pieno viso. Questo è sufficiente per far decidere a Filandari in provincia di Vibo Valentia di condannare a morte. Ercole Vangeli e - secondo quanto sta emergendo dalle indagini - alcuni suoi parenti, non vogliono più che i vicini gli freghino la terra, non vogliono più che li prendano in giro in paese dicendo a tutti che loro, i Fontana, fanno quello che vogliono e i vicini, i Vangeli, sono dei miserabili che devono obbedire. Non vogliono più vedere gli zoccoli delle bestie dei Fontana rovinare le loro colture. Né vogliono vedere i loro nocciòli e gli ulivi estirpati per allargare le coltivazioni dei Fontana. Vogliono vendicarsi.
Aspettano i vicini della loro masseria. Li attendono per strada. Tutti gli uomini della famiglia Fontana stanno entrando nel furgone quando Vangeli si piazza davanti al cofano e vuole ammazzarli proprio lì, tutti insieme, tutti in auto. Non hanno ancora chiuso le porte dell'auto quando si catapultano fuori, ma Vangeli inizia a sparare sul capofamiglia Domenico Fontana e su suo figlio Pietro 36 anni e Giovanni di 19 anni. Muoiono subito. Altri due figli, Pasquale di 37 anni e Emilio di 32, iniziano a correre e si nascondono nel capannone, ma i Vangeli li raggiungono e li finiscono. Mirano sicuri, al petto alle gambe e alla faccia. Sparano con due pistole, una nove millimetri e una 7.65. Verranno rinvenuti più di trenta colpi. Hanno scaricato addosso ai Fontana tutti i caricatori che avevano portato. Una strage.
Può esser semplice e potrebbe anche essere sufficiente dire che è solo una ferocia barbarica generata da arretratezza medievale profonda ignoranza e assenza di Stato, ossia impossibilità di credere che con il diritto tu possa ottenere una qualche forma di giustizia. Ma tutto questo sarebbe solo uno sguardo superficiale che certo potrebbe esser sufficiente se si vuol presto liquidare questa storia. Ma questa non è una strage dettata semplicemente dal raptus di paesani che vivono in terre del Sud dove ci sono più pistole che forchette.
Non è così semplice. Sono stragi della regola. Barbarie certo, ma che si fondono su meccanismi assolutamente disciplinati dalle regole eterne di queste terre. Quando il procuratore di Vibo Valentia dichiara "non è una strage di mafia, è peggio", quel "peggio" sta a indicare che non siamo di fronte a dinamiche militari di due clan con regole di sangue. Sono dinamiche culturali, quella regola non è una regola di mafia, è una regola e basta. La regola appunto, qualcosa di diverso dalle stragi della depressione e dall'isteria del Nord. O quantomeno qualcosa che anche se nasce come raptus si alimenta di una prassi. Se tocchi la roba mia sei morto. Atavica, perenne, inamovibile, eterna. Una regola. Regole assunte come modi di vivere, come meccanismi per stare al mondo. E queste regole sono la forza di cui si alimentano le consorterie imprenditoriali più forti d'Italia ossia 'ndrangheta, camorra e Cosa nostra.
La regola esiste in paese, non in città. Il bandito Salvatore Giuliano diceva "in città scivolo". Come dire che sulla terra il piede è saldo, sull'asfalto delle città complesse che distraggono e dove non ci si conosce e ci si confonde, si rischia di sbagliare. E sbagliare significa vivere senza regola. L'Italia infatti è comandata dai paesi, non certo dalle città. È nei paesi che le regole vengono scritte e gestite. Platì, Casal di Principe, Africo, Corleone, Casapesenna, Natile di Careri e la lista dei paesi che dirigono gran parte dei capitali italiani è assai lunga. In questi luoghi cresci e ti formi, sia che tu prenda la strada della criminalità sia quella dura del lavoro in una terra senza lavoro, insomma, cresci con la certezza che il primo bene è la terra. Case, bestie, cemento, alberi. Il resto, le auto, i soldi investiti e le banche, non sono la radice delle cose. La roba è la roba che passerà al tuo sangue e che tu hai avuto dal tuo sangue. Il confine della terra è il confine del tuo corpo. Guardare negli occhi è già superare quel confine.
Quando ero ragazzino e mi presi il primo mazziatone di calci e pugni perché avevo guardato negli occhi tal Ciruzzo Romano, un ragazzino delle mie parti, perché "m'hai guardato" mi dissero subito con fare stupito: "Non guardare negli occhi, che gli occhi sono territorio, quindi pensaci bene se in quel territorio ci puoi entrare". Rubare un moggio di terra è come toccare un figlio, tagliare un albero è come rapire, venire a farti mangiare le coltivazioni dalle bestie è come sputarti in faccia. La regola è chiara. Non toccare la roba. Vivere per prendere roba. Vangeli, l'uomo della strage ha sua figlia iscritta all'Università che studia legge, una vita solita, e un'assoluta consapevolezza di quello che stava facendo. Del resto, nel 2008 e sempre in provincia di Vibo Valentia, in una frazione di Briatico, Vincenzo Grasso aveva ammazzato a pallettoni due suoi cugini perché secondo lui gli fregavano la terra trattandolo come un fesso. "Se vivo ti ammazzo, se muoio ti perdono", è un adagio che chi è cresciuto in questi paesi, dalla Locride alla Barbagia passando per l'Aversano, ha sentito decine di volte pronunciare durante le litigate per i confini o negli sgarri familiari. Il contesto non è affatto la miseria contadina, la solitudine e l'analfabetismo. Stiamo parlando di un episodio accaduto in provincia di Vibo Valentia, un territorio egemonizzato da un clan spietato, disciplinato, ricchissimo e internazionale. Il clan Mancuso. Giuseppe Lumia con molta chiarezza l'aveva definito la prima consorteria criminale per potenza economica d'Europa. Investe soprattutto in Lombardia, nel cemento, nella distribuzione di cibo e di benzina, nella gestione degli appalti, nel narcotraffico, nel condizionamento delle amministrazioni comunali e nel segmento sanitario di Monza, Novara e nei Comuni di Giussano, Seregno, Verano Brianza e Mariano Comense.
Nel paese della strage, Filandari. C'è una loro costola, la 'ndrina dei Soriano che egemonizza tutto quanto accade, impone dazi sui lavori alla Salerno-Reggio Calabria e su ogni camion che passa per il loro territorio. Leone Soriano, il boss di Filandari, voleva che gli fosse ceduta qualsiasi attività imprenditoriale di successo. Da proprietario diventavi dipendente. Le 'ndrine del territorio investono molto nella calabresella, la marijuana calabrese che è considerata la marijuana di maggior qualità sul piano internazionale, preziosa e più costosa rispetto alle altre ma molto più forte e molto più difficile da coltivare rispetto alla Skunk e alla White Widow (che ha vinto la Cannabis Cup, pur essendo di qualità inferiore alla calabresella) e il cui traffico è egemonizzato dalla 'ndrangheta. Due dei ragazzi Fontana ammazzati nella strage erano stati arrestati per estorsione e investivano in calabresella. E' un territorio, quindi, che grazie alla marijuana e al traffico di coca è diventato molto ricco. Ricchissimo. Anche Francesco Leonardo Brasca, sindaco negli anni '90 di Vibo Valentia ed insegnante, nel settembre scorso è stato arrestato dai carabinieri perché in un castagneto aveva una piantagione di calabresella. Quale arretratezza in un luogo dove, attraverso il narcotraffico, arrivano milioni e milioni di euro? Sta qui il nodo. Il massimo grado della tradizione della regola arcaica unito al massimo grado dell'evoluzione economica. Web, mercato, finanza, droga, ma solo se tutto questo viene governato dalle regole ataviche della roba, dello sguardo basso, dei matrimoni combinati, della verginità, delle regole di sangue. Il mondo lo comandi se sai vivere con queste regole anche quando le regole ti portano a svantaggi e alla galera per nequizie. E' la regola, se subisci hai perso, diventi nulla meno che nulla, nulla mischiato con niente, verme, bruco, topo, sottoterra.
Questa è la verità drammatica di questa strage che se viene ascritta solo ad un feroce raptus in terra barbarica non servirà nemmeno a far capire come una parte del paese vive ed egemonizza. Mi sono sempre chiesto com'era possibile che nei posti dove sono nato e in quelli dove il mio mestiere mi ha portato venisse ucciso un uomo come Antonio Magliulo solo perché aveva corteggiato una ragazzina e lui era un uomo sposato e la ragazzina la nipote di un boss. Come era possibile che il clan fosse disposto a prendersi ergastoli perché un boss uccideva un suo compaesano a Mondragone negli anni '90 solo perché non gli aveva regalato il maiale per Natale? Com'è possibile che una delle faide più feroci della storia italiana, quella a San Luca d'Aspromonte tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. trovi come origine il 10 febbraio 1991 in un gesto all'apparenza futile? Quando un gruppo di ragazzi legati ai Nirta, detti "Versu", nei giorni di carnevale lanciarono uova contro il circolo ricreativo Arci gestito allora da Domenico Pelle, uno dei "Gambazza", sporcando anche l'auto di uno dei Vottari. E' possibile perché questi comportamenti rendono le loro regole inderogabili, le rafforzano proprio nella pratica quotidiana, proprio quando sembrano superflue. Le 'ndrine di Vibo Valentia hanno per prime creato un legame con le organizzazioni criminal-imprenditrici cinesi. A Monza le 'ndrine di Vibo vengono coinvolte nella storia del Multisala delle meraviglie, che avrebbe dovuto portare nel Parco del Grugnotorto 180mila metri quadrati di spazio verde con laghetto, piste ciclo-pedonali, piantumazione, 130 nuovi posti di lavoro, internet cafè, biblioteche multimediali, sale convegno, teatro. Il multisala, inaugurato nel 2005 da Cristina D'Avena, era rimasto vuoto ed era stato ceduto dopo pochi mesi a Song Zichai, per trasformarlo nel Cinamercato, il più grande centro commerciale di merce cinese del Nord Italia, con 280 mini negozi, scuola italo-cinese, palestra di kung fu, alloggi per le famiglie cinesi che ci avrebbero lavorato. Invece è stato dichiarato il fallimento e tutto si è fermato. Per realizzare l'acquisto dell'immobile, del valore di oltre 40 milioni di euro, sono stati presi contatti con esponenti della cosca Mancuso.
Com'è possibile che nel territorio dove avvengono patti internazionali e joint venture con i cinesi, dove passano capitali internazionali e da dove vengono gestite persino le province lombarde, ci si ammazzi per confini di terra, perché sono stati tagliati ulivi o le capre hanno calpestato i pomodori? La corazzata (im)morale delle mafie italiane si fonda su questa cultura. Cultura che ha portato alla strage di Filandari. Chi si avvicina a te sa che esiste una regola, chi affili sa che esiste una regola. E questa regola è la vendetta, la punizione. Semplice. Sai cosa puoi fare, sai cosa non puoi fare. Non c'è altra interpretazione. Chi comanda può dare altre regole, renderne alcune meno severe ma non può cambiarle. Al massimo aggiungerne. E sono la terra, gli ulivi, i noci, i limoni, le pecore, le capre e le vacche o le bufale, i cavalli e il grano, la masseria. L'elemento primo e sicuro. L'olio, il pane e i pomodori. I molti nipoti e le galline. La moglie che ti sposi vergine (le amanti poi le prendi al Nord o all'Est) e il fatto che al paese tutti ti salutano, al ristorante ti servono per primo anche se arrivi ultimo, il parcheggio ti viene lasciato se arrivi in una zona dove tutto è occupato. Perché tutti gli imperi di capitali finanziari, di banche e ristoranti, di coca e usura, di marjuana e racket, di politica e palazzi, tutto questo si regge sulla regola. E quella regola la confermi e difendi se al tuo paese esiste e vive. Perché se anche sei un boss ed investi a New York nella ricostruzione delle torri gemelle, tutto questo lo puoi fare proprio perché quando entri dal barbiere, qualsiasi cliente si alza e ti fa sedere. "L'impero sulla terra sta" sulla roba e sulla regola. Quei trenta colpi di pistola, purtroppo sono molto peggio di una barbarie, sono frutto di un meccanismo a cui obbedisce chi in questo momento investe, vince e gestisce gran parte di questo nostro bellissimo e dannato paese.

(29 dicembre 2010)

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/29/news/saviano_calabria-10671062/?ref=HRER2-1

APPELLO A SOSTEGNO FIOM

Rodotà, Gallino e altri: Appello a sostegno della Fiom

(Dal Manifesto)
Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.
La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.
La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria
Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.
Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.

Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti

BUON 2011-QUALCHE RICORDO DEL 2010

mercoledì 29 dicembre 2010

AMORALITA'

Quando si sente parlare di “questione morale” bisognerebbe reagire come Goebbels al sentir nominare la parola “cultura”: metteva mano alla pistola. Intendo con ciò dire che non esiste una “questione morale” nell’Idv di Di Pietro? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nella politica italiana? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nell’etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e un De Benedetti (cfr. lo speciale di ier l’altro allegato a “Repubblica”)?
No, naturalmente, giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che nel 1981, nell’intervista a Scalfari, un uomo e un politico irreprensibile come Enrico Berlinguer, segretario del più importante Partito Comunista dell’ occidente, definiva come “questione morale in politica” abbinata al bisogno di “austerità nei consumi” è oggi diventata tutt’altra cosa. E facciamo torto anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama quindi il suo contrario nell’immoralità violante- minuscolo-dei comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di “questione amorale”: l’aggettivo dopo aver cambiato di segno si è autopolverizzato e quell’alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità, appunto nell’amoralità condivisa.
Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio di Micromega ecc. Di Pietro sarà pure “dialetto e castigo”, parlerà pure un italiano farcito come un panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievoca la Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil messa all’angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può suffragare. Volete quindi che l’ex magistrato famoso nel mondo per Mani Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla porta, dalla finestra o dall’oblò della politica del Palazzo che conta aveva bisogno di voti, da una decina d’anni a questa parte? E dove è andato a prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E’ andato a sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri, con i vari capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di “ponti” elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o rappresentassero.
Il punto è che battersi per la legalità in una politica consegnata all’illegalità e all’amoralità essendo obbligato (o dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora. Ma lui sa benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci sia una “questione amorale” nel suo partito, in molti uomini del suo partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso. Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si “assalta” (metafora!!!) dalla Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il più tardi possibile.
E’ il terreno prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua deriva. Non c’è deontologia senza etica dei doveri, nell’amoralità diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa ipocrita al cubo.

Oliviero Beha

Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2010

SE ANCHE LA LEGA CI CASCA: LA TELEFONATA LUSETTI - ALESSANDRI

...in Emilia Romagna e chi lo sa dove governa indisturbata da decenni::
La ricostruzione degli eventi nella cartella stampa di Lusetti
Ecco la ricostruzione degli eventi raccolti nella cartella stampa che Marco Lusetti, ex numero due della Lega Nord in Emilia Romagna, ha consegnato ai giornalisti durante la conferenza stampa di lunedì 27 12 2010
Telefonata del 14 Luglio 2009
Contesto :
Negli ultimi mesi dell’ anno 2008, sono emerse “criticità” nella gestione dei fondi a disposizione del Gruppo Regionale Lega Nord presso l’ Assemblea Legislativa dell’ Emilia Romagna (Capogruppo Maurizio Parma – colui che firmava e autorizzava le spese).
A fronte di queste criticità è stato convocato un primo Consiglio Direttivo Nazionale Emilia il 17-11-2008 dove Marco Lusetti chiedeva il cambio del Capogruppo in Regione Maurizio Parma ed il Commissariamento della Provincia Lega Nord di Piacenza; Alessandri mette ai voti una proposta “diversa” votata dalla maggioranza dei presenti, solo voto contrario quello di Lusetti.
La stessa sera molti dei componenti del Direttivo Nazionale si ritrovano a cena per commentare negativamente quanto proposto e votato durante il Consiglio Direttivo Nazionale e matura la proposta di una mozione per ridiscutere l’ argomento “attività di Maurizio Parma come Capogruppo regionale Lega Nord”
Il 18 Novembre 2008 (la mattina seguente al Direttivo del 17-11-2008) è stata presentata una mozione firmata dalla maggioranza dei Consiglieri del Direttivo Nazionale Emilia dove “si richiede al Segretario Nazionale On. Angelo Alessandri di convocare con urgenza il Consiglio Direttivo Nazionale Emilia al fine di valutare e quindi votare il “Commissariamento” della Provincia Lega Nord di Piacenza ed il cambio del capogruppo in “Regione”.
Il 22-12-2008 viene convocato il Direttivo Nazionale Emilia per discutere la mozione firmata dalla maggioranza dei consiglieri del Nazionale Emilia, ma anche durante il Direttivo Nazionale Emilia del 22-12-2008 non si è potuta affrontare la questione Piacenza e Maurizio Parma in modo compiuto, dato che il Segretario Nazionale Emilia On. Angelo Alessandri ha “congelato” la Mozione presentata.
Dopo questo Direttivo Marco Lusetti (Vice Segretario Emilia) ha cercato più volte di parlare con Roberto Calderoli (Coordinatore delle Segreterie Nazionali) per spiegare quanto fatto da Maurizio Parma.
Dalla telefonata del 14 Luglio 2009 si evince come invece l’ On. Angelo Alessandri voglia impedire a tutti i costi l’ incontro, e difatti la telefonata inizia con l’ On. Angelo Alessandri che cerca di convincere Marco Lusetti a firmare un documento dove si dice che è stata chiarita e risolta la questione Maurizio Parma. Documento che, a dire dell’ On. Angelo Alessandri, sarebbe stato richiesto dallo stesso Ministro Roberto Calderoli per chiudere tutta la “vicenda”.
Le persone che vengono citate nella telefonata sono : Franco (Barigazzi Gianfranco – Responsabile Amministrativo Emilia), Calderoli (Il Ministro Roberto Calderoli), Maurizio Parma (l’ allora Capogruppo Lega Nord del Gruppo regionale Emilia Romagna), Nadia (la Nadia Dagrada, Responsabile dell’ Ufficio Amministrativo Federale della Lega Nord)
Libertà di Piacenza – Sabato 9 Ottobre 2010
«Da noi chi sbaglia è fuori»
Rosy Mauro e Angelo Alessandri: sta montando un clima inesistente
«Anche Maurizio Parma è finito nella bufera regionale – prosegue Alessandri – ma se avesse qualcosa da nascondere non
sarebbe oggi vicepresidente della Provincia».
CORRIERE DELLA SERA
22-09-2010
Lusetti, intanto, promette registrazioni dove Alessandri gli chiede di non informare Roberto Calderoli della faccenda dei fondi pubblici , «altrimenti ci mandano a casa». Bell’ambientino. Rosy Mauro, comunque, ha preso la situazione di petto . «La questione morale? Tutte balle».
Marco Imarisio
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/29/la-ricostruzione-degli-eventi-nella-cartella-stampa-di-lusetti/84035/

L'ANNO CHE VERRA'

DEDICATO AI BLOGGERS

lunedì 27 dicembre 2010

CANCELLARE I DIRITTI SINDACALI NON ELIMINERA' LA CRISI

(ASCA) - Roma, 27 dic - ''E' la prima volta dai tempi del fascismo che si prova a togliere il diritto dei lavoratori ad eleggere i propri rappresentanti''. Lo afferma Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom, il sinda...cato dei metalmeccanici della Cgil, l'unico a non aver sottoscritto l'accordo separato del 23 dicembre sullo stabilimento torinese di Mirafiori.
''E' come se Berlusconi - aggiunge - dicesse che per risanare il bilancio bisogna cancellare le elezioni. E' come il 2 ottobre del 1925, quando l'allora presidente del Consiglio Benito Mussolini assieme a Confindustria e ai sindacati fascisti firmo' un accordo per l'azzeramento delle commissioni interne alle fabbriche''.
Nel mirino di Cremaschi anche la Fim-Cisl e la Uilm-Uil: ''sono sindacati gialli, alle complete dipendenze della Fiat.
Non e' mai successo che due organizzazioni firmino un accordo di quella portata escludendone un altro. Che per giunta e' il sindacato principale e piu' rappresentativo''.
Replicando poi al segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che in un'intervista rilasciata oggi ha detto che ''la Fiom, possibilmente con la Cgil, dovra' aprire una discussione su questa sconfitta. Perche' un sindacato non puo' limitarsi all'opposizione altrimenti rinuncia alla tutela concreta dei lavoratori'', Cremaschi sostiene che ''la Cgil doveva fare lo sciopero generale annunciato lo scorso 16 ottobre se e' vero, come ha dichiarato la Camusso, che il disegno di Marchionne e' autoritario e antidemocratico''.
Mercoledi' prossimo e' in programma un'assemblea straordinaria del Comitato centrale del sindacato dei metalmeccanici. All'ordine del giorno ''le risposte da dare all'accordo che e' la piu' grave violazione delle liberta' sindacali dal 1945''. In quella sede, assicura Cremaschi, la Fiom mettera' in piedi una strategia di lotta anche in campo politico e giuridico, ''perche' quell'intesa viola una serie di articoli della Costituzione a partire dal primo''.

CANTO DI NATALE - CHARLES DICKENS

- Fred! - disse Scrooge.
O Signore Iddio, come trasalì la nipote! Scrooge avea dimenticato pel momento di averla vista a sedere in un cantuccio co' piedi sullo sgabello, altrimenti per nulla al mondo l'avrebbe spaventata a quel modo.
- Oh povero me! - esclamò Fred, - chi è mai?
- Io, son io. Tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Mi vuoi, Fred? -
Volerlo! Poco mancò che non gli stroncasse un braccio. In capo a cinque minuti, Scrooge si trovava come a casa propria. Niente di più cordiale. E lo stesso la nipote. E lo stesso per Topper, quando arrivò. E lo stesso per la sorella pienotta, quando fece la sua entrata. E lo stesso tutti. Che amore d'una brigata, che giuochi, che accordo, che piacere!
Ma il giorno appresso si recò di buon mattino al banco, oh di buon mattino! Se gli riusciva di arrivarci prima di Bob e di rinfacciare a Bob il ritardo! Questo voleva fare, questo gli premeva.
E lo fece, sicuro che lo fece! L'orologio suonò le nove. Niente Bob. Le nove e un quarto. Niente Bob. Era in ritardo di diciotto minuti e mezzo. Scrooge se ne stava a sedere, con la porta spalancata, per vederlo a insinuarsi nella sua cisterna.
Prima d'aprir l'usciolo, Bob si avea tolto il cappello e il famoso fazzoletto. In un baleno, si trovò sullo sgabello, e si diè a scribacchiare in fretta e furia come per riafferrare le nove che erano passate.
- Ohe! - grugnì Scrooge con la solita sua voce chioccia per quanto gli riusciva di fingere. - Che vuol dir ciò? a quest'ora si viene in ufficio?
- Mi dispiace molto, signore, - rispose Bob. - Sono in ritardo.
- Siete in ritardo? - ripeté Scrooge. - Lo vedo che siete in ritardo. Favorite di qua, vi prego.
- È una volta all'anno, signore, - si scusava Bob, uscendo dalla sua cisterna. - Non accadrà più. Sono stato un po' in allegria ieri sera, signore.
- Bravo, adesso ve la do io l'allegria, disse Scrooge. - Non son più disposto a tollerare, capite. Epperò - e così dicendo balzava giù dal suo sgabello e dava a Bob una manata così forte nel panciotto da farlo indietreggiare barcollando, - epperò io vi aumento il salario!
-Bob tremò e si accostò un po' più alla riga. Ebbe un'idea momentanea di darla sulla testa a Scrooge; tenerlo saldo; chiamar gente; fargli mettere la camicia di forza.
- Buon Natale, Bob! - disse Scrooge battendogli sulla spalla con una cordialità schietta, da non si poter sbagliare. - Un Natale, Bob, molto più allegro di quanti non ve n'ho augurati per tanti anni, ragazzo mio. Vi cresco il salario e farò di tutto per assistere la vostra famiglia laboriosa, e oggi stesso, Bob, oggi stesso discuteremo i vostri affari davanti a un bel ponce fumante. Accendete i fuochi e andate subito, mio caro Bob, a comprare un'altra scatola di carboni, prima di mettere un altro solo punto sopra un i.
Scrooge fu anche più largo della sua parola. Fece quanto avea detto, e infinitamente di più; e in quanto a Tiny Tim, che non morì niente affatto, gli fu come un secondo padre. Divenne così buon amico, così buon padrone, così buon uomo, come se ne davano un tempo nella buona vecchia città, o in qualunque altra vecchia città, o paesello, o borgata nel buon mondo di una volta. Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente. Poiché ciechi aveano da essere, meglio valeva che stringessero gli occhi in una smorfia di ilarità, anzi che essere attaccati da qualche male meno attraente. Anch'egli, in fondo al cuore, rideva: e gli bastava questo, e non chiedeva altro.
Con gli Spiriti non ebbe più da fare; ma se ne rifece con gli uomini. E di lui fu sempre detto che non c'era uomo al mondo che sapesse così bene festeggiare il Natale. Così lo stesso si dica di noi, di tutti noi e di ciascuno! E così, come Tiny Tim diceva: "Dio ci protegga tutti e ci benedica".
Charles Dickens

CENSURA POLITICA PER IGNAZIO MARINO

In questo periodo festivo il blog si è preso una pausa "politica" ma non si può ignorare questa notizia:
Il Sant'Orsola respinse Marino per i pm fu una censura politica
Secondo i pm l'amministrazione del policlinico ha rinunciato "per ragioni esclusivamente politiche" alla professionalità di Marino, "che avrebbe potuto conferire maggior prestigio all'Azienda ed assicurare anche che, attraverso tale collaborazione, l'Azienda stessa potesse offrire un servizio di elevata qualità e specializzazione". Dall'inchiesta emerge, secondo i magistrati, un "desolante quadro di sudditanza politica delle scelte anche imprenditoriali di un'azienda ospedaliera di primaria importanza". Ma l'inchiesta, chiedono i pm, andrebbe archiviata: la "censura" a Marino va limitata all'ambito politico e amministrativo, senza che si possano rilevare riflessi di tipo penale. Il reato ipotizzato nell'inchiesta, aperta contro ignoti, era di abuso d'ufficio.

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2010/12/27/news/marino_sant_orsola_no_reato-10618207/

VADO VIA O RESTO?

Resto perchè il mio compagno vuole restare...ma la tentazione di andare via è forte...detto ciò: perchè restare? perchè nonostante mi sembra di lottare contro dei mulini a vento, se non rimanessi a lottare per cambiare questo paese non mi sentirei a posto con la mia coscienza!

domenica 26 dicembre 2010

THE DIGITAL STORY OF THE NATIVITY

NATALE 2009 - NATALE2010

A distanza di un anno ripubblichiamo questa bella nota di Dario Guerini, con la triste considerazione che il tempo passa ma le ingiustizie non vengono eliminate:
“Trovato neonato in una stalla – La Polizia e i servizi sociali indagano”. “Arrestati un falegname e una minorenne”
BETLEMME, JUDEA – L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, grazie alla segnalazione di un comune cittadino che aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla. Al loro arrivo gli agenti di polizia, accompagnati da assistenti sociali, si sono trovati di fronte ad un neonato avvolto in uno scialle e depositato in una mangiatoia dalla madre, tale Maria H. di Nazareth, appena quattordicenne.
Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire la madre e il bambino sui mezzi blindati delle forze dell’ordine, un uomo, successivamente identificato come Giuseppe H. di Nazareth, ha opposto resistenza, spalleggiato da alcuni pastori e tre stranieri presenti sul posto. Sia Giuseppe H. che i tre stranieri, risultati sprovvisti di documenti di identificazione e permesso di soggiorno, sono stati tratti in arresto.
Il Ministero degli Interni e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il Paese di provenienza dei tre clandestini. Secondo fonti di polizia i tre potrebbero essere degli spacciatori internazionali, dato che erano in possesso di un ingente quantitativo d’oro e di sostanze presumibilmente illecite. Nel corso del primo interrogatorio in questura gli arrestati hanno riferito di agire in nome di Dio, per cui non si escludono legami con Al Quaeda. Le sostanze chimiche rinvenute sono state inviate al laboratorio per le analisi. La polizia mantiene uno stretto riserbo sul luogo in cui è stato portato il neonato. Si prevedono indagini lunghe e difficili.
Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso in mattinata, si limita a rilevare che il padre del bambino è un adulto di mezza età, mentre la madre è ancora adolescente. Gli operatori si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due. Nel frattempo Maria H. è stata ricoverata presso l’ospedale di Betlemme e sottoposta a visite cliniche e psichiatriche. Sul suo capo pende l’accusa di maltrattamento e tentativo di abbandono di minore. Gli inquirenti nutrono dubbi sullo stato di salute mentale della donna, che afferma di essere ancora vergine e di aver partorito il figlio di Dio. Il primario del reparto di Igiene mentale ha dichiarato oggi in conferenza stampa: “Non sta certo a me dire alla gente a cosa deve credere, ma se le condizioni di una persona mettono a repentaglio – come in questo caso – la vita di un neonato, allora la persona in questione rappresenta un rischio sociale. Il fatto che sul posto siano state rinvenute sostanze stupefacenti non migliora certo il quadro. Sono comunque certo che, se sottoposte ad adeguata terapia per un paio di anni, le persone coinvolte – compresi i tre trafficanti di droga – potranno tornare ad inserirsi a pieno titolo nella società.” Pochi minuti fa si è sparsa la voce che anche i contadini presenti nella stalla potrebbero essere consumatori abituali di droghe. Pare infatti che affermino di essere stati costretti a recarsi nella stalla da un uomo molto alto con una lunga veste bianca e due ali sulla schiena (!), il quale avrebbe loro imposto di festeggiare il neonato. Un portavoce della sezione antidroga della questura ha così commentato: “Gli effetti delle droghe a volte sono imprevedibili, ma si tratta senz’altro della scusa più assurda che io abbia mai sentito da parte di tossicodipendenti.”
25 dicembre 2009



Dario Guerini